Il 13 novembre 2025, a Muggia, un paesino di confine tra Trieste e la Slovenia, un bambino di nove anni è stato ucciso da sua madre durante un incontro familiare non supervisionato. Giovanni Stasiuk è morto con la gola tagliata da un coltello da cucina, mentre la madre, Olena Stasiuk, 55enne cittadina ucraina, era seguita dal Centro di Salute Mentale di Trieste e dai Servizi sociali di Muggia. Non era la prima volta che qualcuno avvertiva: Giovanni aveva parlato. E nessuno ha ascoltato abbastanza.
Un bambino che aveva paura, e nessuno lo ha protetto
Nel giugno 2023, Giovanni, allora sette anni, aveva raccontato ai carabinieri di essere stato strangolato dalla madre. «La mamma mi ha preso per il collo, stringendolo con entrambe le mani», aveva detto, mimando il gesto. Aveva aggiunto: «Sono triste, quando vado dalla mamma... perché ho paura». Queste parole, registrate in un verbale ufficiale, avevano spinto il legale Bridda a presentare una denuncia per maltrattamenti e lesioni. Ma la denuncia non è diventata un intervento. Non è diventata una misura di protezione. È rimasta un foglio in un cassetto.Il padre, Paolo Trame, 58enne operaio triestino, aveva chiesto ripetutamente che gli incontri con la madre fossero supervisionati. «È pericolosa», aveva ripetuto. Aveva parlato di minacce di suicidio condivise: «Se muoio io, muore anche lui». Aveva descritto un’instabilità psichica che si era manifestata fin dai primi anni di vita del bambino. Eppure, il 5 novembre 2025, esattamente una settimana prima dell’omicidio, il Tribunale di Trieste aveva autorizzato il primo incontro non protetto. Giovanni, prima di andare, aveva detto agli psicologi: «Non so se sia una buona idea stare da sola con lei».
La rete che non ha tenuto
«Giovanni non è morto solo per la malattia della mamma», ha detto Damiano Rizzi, psicologo clinico e presidente di Soleterre, all’Agenzia SIR. «È morto perché la rete non ha tenuto». E ha spiegato le tre condizioni che rendono un figlicidio possibile: la fragilità psichica grave, l’isolamento, e la protezione istituzionale debole. «Quando l’empatia si spegne, il bambino non è più un figlio. È un problema. Un ostacolo. E nessuno lo guarda più».
La madre era seguita dal CSM da almeno due anni. Aveva avuto accesso a terapie, farmaci, controlli periodici. I servizi sociali sapevano della denuncia del 2023. Il Tribunale aveva accesso a tutti i documenti. Eppure, l’unico intervento concreto che avrebbe potuto salvare Giovanni — un educatore presente durante gli incontri — è stato negato. Perché? Non lo sanno ancora. Ma il silenzio delle istituzioni è diventato un grido.
L’inchiesta che cerca colpe, non solo colpevoli
Il pm Alessandro Perogio della Procura di Trieste ha aperto un’indagine penale. Non si limita a perseguire Olena Stasiuk — che dopo l’omicidio è rimasta in stato di delirio, dicendo: «Non è vero, è ricoverato in un ospedale» — ma sta esaminando le responsabilità organizzative. Chi ha deciso di rimuovere la supervisione? Chi ha ignorato le segnalazioni? Chi ha valutato il rischio come “basso”, quando il bambino aveva paura?
Il Ministero della Giustizia ha già avviato una revisione dei protocolli per i genitori con disturbi psichici in casi di separazione. In Italia, ogni anno circa 200 bambini vengono affidati a genitori con storie di violenza o instabilità mentale. Solo il 12% di questi casi prevede incontri supervisionati. E in molti, come questo, le segnalazioni arrivano ma non si traducono in azione. È un problema strutturale: i servizi sono sovraccarichi, i giudici non hanno dati sufficienti, e le voci dei bambini vengono spesso ridotte a “espressioni emotive”.
Un funerale per un bambino che nessuno ha ascoltato
Il 24 novembre 2025, la comunità di Muggia ha reso l’ultimo saluto a Giovanni. Non c’erano bandiere, ma c’erano i suoi compagni di classe, con disegni di cuori e stelle. Il suo papà, Paolo, non ha parlato. Ha solo tenuto una maglietta del figlio tra le mani. L’autopsia non è ancora stata fissata. Non sappiamo quante coltellate ha subito. Ma sappiamo che non è morto per un impulso improvviso. È morto perché qualcuno ha deciso che una madre malata poteva stare da sola con un bambino che aveva paura di lei.
La domanda che nessuno vuole fare
Se un bambino dice: «Ho paura di mia madre», e lo dice più volte, e lo dice con gesti, e lo dice davanti a un carabiniere, e lo dice davanti a uno psicologo... cosa deve succedere perché qualcuno agisca?
In Ucraina, Olena Stasiuk aveva vissuto la guerra. In Italia, ha perso il lavoro, si è isolata, ha smesso di uscire. Forse ha cercato di tenersi il figlio come un’ancora. Ma l’ancora non può salvare chi sta affondando. E non può salvare chi è legato a lei.
Frequently Asked Questions
Perché le segnalazioni di Giovanni non hanno portato a misure di protezione?
Le segnalazioni sono state registrate, ma non sono state tradotte in azioni concrete perché i servizi sociali e il Tribunale hanno valutato il rischio come “moderato”. Non esistono protocolli unificati in Italia per gestire casi di genitori con disturbi psichici in affido condiviso. Spesso, la priorità è il diritto di visita, non la sicurezza del bambino. Giovanni aveva diritto a un educatore durante gli incontri, ma la richiesta del padre è stata respinta per “eccesso di cautela”.
Chi è responsabile della decisione di autorizzare incontri non protetti?
La decisione è stata presa dal Tribunale per i Minorenni di Trieste, su parere dei servizi sociali e del CSM. Tuttavia, nessun professionista ha espresso un parere contrario, nonostante le dichiarazioni del bambino e le minacce della madre. L’inchiesta del pm Perogio sta verificando se ci sia stata negligenza professionale. In casi simili, la responsabilità può essere sia giudiziaria che amministrativa.
Cosa succede ora a Olena Stasiuk?
Olena Stasiuk è stata ricoverata in un reparto psichiatrico giudiziario presso l’ospedale di Trieste. Non è stata ancora arrestata, ma è in custodia cautelare per grave pericolo di reiterazione. L’inchiesta penale dovrà stabilire se era in grado di intendere e volere al momento del reato. Se risultasse non imputabile, potrebbe essere sottoposta a misure di sicurezza psichiatrica a tempo indeterminato.
Come si può evitare che accada di nuovo?
Serve un sistema integrato: i servizi sociali devono condividere i dati con i tribunali e i centri di salute mentale in tempo reale. I bambini devono avere un tutore legale indipendente in casi di alta vulnerabilità. E le segnalazioni di minaccia devono attivare automaticamente un protocollo di protezione, non un’analisi burocratica. In Finlandia, ogni denuncia di violenza su minori scatena un intervento entro 24 ore. Qui, ci vogliono mesi.
Perché il padre non ha potuto impedire l’incontro non protetto?
In Italia, il diritto di visita è considerato un diritto fondamentale del genitore, anche quando ci sono rischi. Il padre non ha potere decisionale: può solo chiedere, presentare documenti, fare ricorsi. Ma la decisione finale spetta al Tribunale. E anche se ha dimostrato che la madre aveva tentato di strangolare il bambino, il giudice ha optato per la “progressività” degli incontri. Una logica che ha fallito con la vita di Giovanni.
C’è stato un precedente simile in Italia?
Sì. Nel 2021, a Bologna, una madre con disturbo borderline ha ucciso la figlia di 6 anni durante un incontro non supervisionato. Anche lì, c’erano segnalazioni precedenti e un’indagine aperta. Non ci sono state conseguenze per i servizi coinvolti. Nel 2023, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Italia per “mancata protezione dei minori in contesti familiari a rischio”. Ma le leggi non sono cambiate. Perché? Perché è più facile punire un genitore che riformare un sistema.